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La paura

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L'IMPORTANZA DELLA PAURA NEL SISTEMA COMBAT

La paura è forse la chiave di volta sulla quale si basa sia la capacità individuale di sopravvivere ad una violenza sia la relativa abilità di affrontarla con la giusta prontezza ed efficacia.

Noi del Sistema Combat siamo pienamente convinti che non sia sufficiente girare armati o essere esperti in un'arte marziale o aver frequentato un corso di autodifesa per poter uscire illesi da un'aggressione.
Una preparazione puramente tecnica di autodifesa NON può bastare a salvarci.
Al rientro da scuola o dal lavoro potremmo incontrare un vero balordo abituato a spaccare teste, piuttosto che un bandito armato e psicopatico deciso a farci del male, ed è di fronte a questa terribile possibilità che occorrerà essere pronti a reagire sia sul piano mentale sia su quello fisico.
Per far questo diventa fondamentale, durante un corso di autodifesa (ed è quello che noi facciamo durante i nostri corsi), allenare il corpo (provando e riprovando le tecniche sino a che divengano spontanee e naturali), ma anche la mente, facendo gli allenamenti sotto stress, questo al fine di abituare la nostra persona a sperimentare emozioni vivibili in un vero attentato alla nostra vita.

La totale impreparazione nel fronteggiare le reazioni psicofisiche legate alla paura e allo stress è uno dei problemi più forti e difficili da superare. Il risultato è che se dovessimo imbatterci in una situazione di vero pericolo i nostri schemi verrebbero annientati dal nostro stato mentale alterato e terrorizzato.
Un delinquente, quindi, potrebbe attaccarci all'improvviso, spaventandoci a tal punto da immobilizzarci per la paura, scatenando in noi effetti disastrosi, che spiegheremo più avanti.

E' ovvio che in un contesto del genere l'amichevole scenario da palestra cambia totalmente e la situazione per la quale credevamo di essere preparati cambia drasticamente con tale realtà.
In palestra siamo tra compagni di allenamento, tra amici, i combattimenti sono leali, addirittura in caso di un'arte marziale sono previste precise regole da rispettare, e nel caso di un corso di difesa i colpi vengono, ovviamente, solo simulati, ma per strada è tutta un'altra faccenda e la regola è una sola: "non esistono regole".

Addestrare una persona a sconfiggere la paura non è assolutamente facile, soprattutto perché ognuno di noi reagisce in modo diverso davanti ad una precisa situazione di pericolo e possiede una soglia di sopportazione personale allo stress. Per fare un esempio ci sono individui che piombano nel panico più totale quando costretti a parlare in pubblico e altre, invece, che rimangono immuni al panico anche in situazioni di elevato rischio.

Esiste poi un'altra realtà da considerare, ossia che per imparare a vincere la paura, e diminuire la sensibilità verso di essa, l'unico mezzo realmente efficace sarebbe quello di testare i sintomi della paura più e più volte nella vita. Infatti, grazie alla presa di coscienza delle nostre reazioni di fronte al pericolo si creerà in noi una sorta di immunizzazione verso gli effetti della paura.

Chi ha conosciuto la paura ha sicuramente sperimentato il suo potere "schiacciante", che genera emozioni incontrollabili, quali l'incapacità di reagire, di essere razionali, e tutta un'altra serie di sensazioni debilitanti sia fisiche sia psichice, che possono addirittura portare alla paralisi.
Ecco il perché insistiamo affinché le tecniche di difesa siano di facilie esecuzione, in preda al panico più totale la mente umana non sarà in grado di essere razionale, tanto meno riuscirà a far riemergere mosse complesse apprese in un contesto benevolo, come la palestra.

In America sono stati effettuati veri e propri esperimenti in tal senso e l'esito è stato a dir poco sconcertante.
Sono riusciti a dimostrare quanto fosse inopportuna e inefficiente la pura preparazione tecnica di fronte ad un attacco molto realistico.
Durante questa interessantissima dimostrazione diversi professionisti, maestri di altissimo livello nelle arti marziali tradizionali, piuttosto che veri esperti nelle più svariate arti di combattimento e difesa, sono stati messi a confronto con un avversario singolare, cioè un uomo (oramai reinserito nella società) con un background violento alle spalle, un vero ex galeotto con precedenti di aggressione, un vero picchiatore da strada.
Quindi, la sua minaccia, se pur simulata, era molto concreta e gli atleti che avevano subito l'attacco non erano stati in grado di difendersi adeguatamente.
Nonostante fossero super allenati sul piano tecnico non conoscevano le loro reazioni di fronte alla paura e non erano addestrati ad affrontarle.

Questo esperiemento ci dovrebbe fare riflettere e portare a chiederci: "Cosa avviene quando il nostro cervello si trova a percepire una situazione inaspettata di estremo pericolo?, Ricorderà in quel terribile momento cosa fare per difendersi?" .
Non stiamo parlando di una situazione abituale per noi, non viviamo nel Bronx, dove storicamente il tasso della criminalità è altissimo, nella nostra realtà quotidiana la possibilità d'imbattersi in un balordo esiste, ma non è una condizione consueta.
Pertanto se ci trovassimo in una situazione di rischio il nostro cervello si troverebbe nelle condizioni di dover trovare alla svelta qualche "programma" per agire con immediatezza.
La nostra esperienza nel settore ci ha insegnato che il provare in continuazione le tecniche di difesa è un altro aspetto fondamentale affinché nel momento del bisogno tali tecniche si ripresentino spontanee nel nostro cervello e l'applicazione delle stesse divenga immediata.
Volendo fare un paragone di tipo informatico immaginate che il nostro cervello disponga di un "programma" per far fronte a qualsiasi situazione.
Infatti, sia che si tratti di guidare un'automobile sia di salire o scendere le scale, piuttosto che l'atto di sollevare un peso, il nostro cervello adotta una serie di procedure precostruite che possono essere frutto di esperienze passate piuttosto che semplicemente innate. Questo naturale database è in grado di attivare le giuste sequenze motorie e cognitive in grado di far fronte all'impegno contingente.
Alcune di queste sequenze vengono attuate in modo volontario, altre in modo del tutto naturale, del resto il nostro cervello è talmente malleabile e versatile che può apprendere e modificare all'infinito tali schemi.
Ecco perché l'allenamento costante e duraturo aiuta a memorizzare in maniera quasi definitiva i movimenti di difesa appresi. La ripetizione assidua e protratta nel tempo di azioni, gesti, reazioni, determina un rafforzamento dei legami stimolo-risposta che rendono più probabile una reazione coordinata nel momento in cui le circostanze lo richiedano, permettendoci di contrattaccare in modo automatico.
E' quella che certi scienziati chiamano "arco riflesso", che equivale ad una risposta condizionata ed acquisita ad uno stimolo preciso.

Quanto detto vi fa capire il perché del risultato dell'esperimento in America, e cioè che ci sono persone che si allenano per anni in palestra, imparando tecniche di lotta sofisticate e devastanti, ma poi davanti ad uno spietato delinquente non riescono a reagire. Il motivo risiede, appunto, nell'errata associazione stimolo-risposta che viene fatta in allenamento.
Di fatto, allenarsi in una situazione di confronto sportivo o comunque amichevole non ci permetterà di avere delle reazioni "automatiche" fuori dalla palestra, dove il contesto è privo di regole e decisamente minaccioso e tutt'altro che conviviale.
Durante i corsi di difesa di solito non esiste un contesto di intimidazione e di emotività paragonabile a ciò che avviene nel mondo reale, in sostanza non si allena il cervello a vivere una situazione pericolosa e quindi ad associarvi una reazione appropriata.
Per questo nei corsi di autodifesa durante gli allenamenti gli insegnanti dovrebbero usare anche comandi "urlati", arrivare cioè a rendere gli incontri il più verosimili a contesti reali, vicini ad un vero scontro con un delinquente.
Immaginate la grinta e la durezza degli allenamenti dei Marines, ovviamente non dobbiamo arrivare a tanto, non dobbiamo passare la selezione per entrare a far parte di un "corpo scelto", ma è giusto per rendere l'idea tra la differenza di un incontro sportivo, con pacche sulle spalle, e uno dove si è lo stesso tra amici ma gli allenamenti sono comunqui duri e seri!

Per capire meglio l'importanza di quanto stiamo dicendo considerate che il cervello umano non allenato dinanzi ad un pericolo reagisce utilizzando uno schema alquanto primitivo, che generalmente si manifesta con delle reazioni ben chiare:

La paralisi improvvisa
La fuga burrascosa
Il contrattacco disperato

In teoria la reazione più probabile davanti ad una minaccia è rappresentata dalla fuga, il cervello umano tenderà a scegliere inconsciamente questa via di salvezza, ma nella realtà fuggire è quasi sempre un'opzione da scartare e il motivo è ben preciso.
Un aggressore, proprio come in natura un predatore, è difficile che attacchi se oltre alla certezza di sopraffare la vittima, non abbia la certezza di raggiungerla e bloccarla.
Per rendere l'idea pensate ad un leone, difficilmente attaccherà una preda quando questa si trovi in branco, ma attenderà che sia da sola, vulnerabile e non protetta. Il nostro aggressore è molto probabile che faccia lo stesso.
In più un picchiatore da strada, che abbia deciso di aggredirci, potrebbe essere più corpulento di noi, più motivato, più aggressivo e in forma fisica migliore e difficilmente sceglierà una vittima alta un metro e ottanta con altrettanti chili di muscoli.
Pertanto se ci trovassimo davanti ad un malintenzionato il cervello capirebbe che fuggire sarebbe inutile e la risposta più verosimile sarebbe quella di rimanere rigidi e bloccati dalla paura. Del resto rappresenta un istinto di sopravvivenza primordiale, infatti già l'uomo primitivo adottava proprio questo atteggiamento per torvare salvezza, rimanendo immobile e fingendosi morto sperava di ingannare il nemico (un comportamento utilizzato anche dagli animali ed insetti).
Un altro aspetto importantissimo da considerare è che il nostro cervello, mosso da uno schema arcaico, neutralizza o sospende tutti gli schemi di secondo rilievo, tipo la memoria, l'udito, l'olfatto il senso del dolore. In sostanza mette in stand-by tutto ciò che non è strettamente necessario alla sopravvivenza fino a quando il pericolo non sia cessato, in pratica restano attivi solo alcuni riflessi motori.
Questo è il motivo per cui, spesse volte, le arti marziali non funzionano nel contesto di un combattimento reale. Infatti, l'aver imparato decine di "mosse" complicate e coreografiche risulta essere inutile e controproducente quando nella realtà di un'aggressione il panico azzera la memoria e le altre risorse cognitive.
Il caso dell'esperimento che vi abbiamo segnalato all'inizio ne è la dimostrazione tangibile.

Questo è il motivo per il quale, durante i nostri corsi, insistiamo senza sosta sul fatto che le tecniche di difesa devono essere il più possibile semplici, istintive e veloci, in modo da costituire un unico arco riflesso, cioè la pronta, giusta e veloce risposta ad uno stimolo pericoloso. Solo a queste condizioni la terza opzione del nostro cervello arcaico, quella di combattere, diventa attuabile.

Sempre a favore del pensiero che allenare costantemente i nostri sensi di difesa è fondamentale è significativo sapere che lo schema di reazione determinato dal cervello primitivo non è eliminabile intenzionalmente, in quanto è sostenuto dalla produzione di particolari ormoni, l'adrenalina in primo luogo che vengono stimolati in conseguenza ad una forte emozione.
In generale l'adrenalina, facendo parte delle vie riflesse del sistema simpatico, è coinvolta nella reazione "combatti o fuggi" (fight or flight). A livello organico i suoi effetti comprendono il rilassamento gastrointestinale, la dilatazione dei bronchi, l'aumento della frequenza cardiaca e della gittata cardiaca, la deviazione del flusso del sangue verso i muscoli, il fegato, il miocardio e il cervello e aumento della glicemia nel sangue.
Sotto questi effetti la persona sperimenta un quadro di sintomi percettivi, motori, e cognitivi, che neutralizza ogni tipo di reazione conscia. Facciamo qualche esempio.

 

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